martedì 17 ottobre 2017
24.06.2016 - Donatella Lauria

Reportage: una visita al Museo dei Balzi Rossi

Non tutti conoscono il museo di confine dei Balzi Rossi che custodisce reperti e tesori risalenti alla Preistoria.

A due passi dal centro cittadino sembra che per molti ventimigliesi rappresenti un "lato oscuro" e qualcuno addirittura non lo ha mai visitato. Per invogliare a varcare le soglie, Ponenteoggi cercherà di dare qualche informazione in più, anticipando una visita virtutale.

Il Museo Preistorico dei Balzi Rossi è stato fondato nel 1898 da Sir Thomas Hanbury per raccogliere e custodire reperti archeologici che i proprietari delle grotte andavano via via estraendo fra il 1892 e il 1900.

Le grotte dei Balzi Rossi si aprono ai piedi di una parete rocciosa di calcare dolomitico del Giurassico superiore alta circa 100 metri, che costituisce la linea di costa tra la frazione Grimaldi di Ventimiglia (Imperia) e la frontiera francese. Il nome della località è dovuto all’arrossamento superficiale della parete rocciosa (nel dialetto di Mentone, Baussi Russi, rocce rosse).

Il Museo Preistorico dei Balzi Rossi rimase per lunghi anni come era stato originariamente concepito, semplice completamento della visita alla Barma Grande, all’interno della quale erano conservate in posto due sepolture paleolitiche e resti di elefante. Durante la Seconda Guerra Mondiale furono arrecati gravi danni ai reperti paleolitici e alle strutture espositive: il Museo, acquisito dallo Stato, fu riaperto solo nel 1955.

Tra i maggiori siti preistorici in Europa, i Balzi Rossi conservano anche le tracce dell’antica via romana che portava in Gallia: una continuità eccezionale in un sito eccezionale.
Avanzando verso il fiume Var, la via Iulia Augusta seguiva la linea di co-sta e attraversava la falesia dei Balzi Rossi. A causa della configurazione geologica della zona, in alcuni tratti la strada era scavata nella roccia, come testimonia l’unico tratto conservato in posto e ancora visibile a valle della ferrovia, di fronte alla Grotta del Principe.
Le caverne dei Balzi Rossi (in dialetto “pietre rosse”) devono il loro nome al colore della parete rocciosa in cui si aprono. Il complesso é composto da grotte e ripari, al cui interno si è accumulato nei millenni un grande deposito ricco di resti faunistici e strumenti in pietra scheggiata lasciati dall’uomo preistorico tra il Paleolitico Inferiore (ca. 250.000 anni fa) e il Paleolitico Superiore (da 35.000 a 10.000 anni fa). A quest’ultimo periodo appartiene la maggior parte dei reperti conservati nei due musei e nelle grotte dei Balzi Rossi: sepolture, sculture in pietra, incisioni parietali e molti utensili litici che accompagnavano la vita quotidiana, come lame, punte di freccia e raschiatoi.

 

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